Due articoli illuminanti sugli archivi italiani e quelli inglesi

Da La Repubblica del 5 aprile 2016

ALLA RICERCA DELLA MEMORIA PERDUTA di FRANCESCO ERBANI

E poi non rimase nessuno, titolava Agatha Christie. Non rimarrà nessuno a vigilare sui 1.600 chilometri di documenti conservati nei 101 Archivi di Stato italiani, il principale deposito di memoria di un Paese. Nessuno che li renderà accessibili. Come nessuno custodirà e selezionerà i 4.000 chilometri di fascicoli accumulati nei labirinti della pubblica amministrazione. Scenario da incubo? Catastrofismo? Forse, vediamo però qualche altro dato. Attualmente i funzionari e dirigenti archivisti del ministero per i Beni culturali sono 621. Di questi il 66,3 per cento hanno più di sessant’anni e il 28,3 più di cinquanta. Che in totale fanno il 94,6. Quando fra qualche anno andranno in pensione i sessantenni, resteranno in servizio poco più di 200 archivisti. La stragrande maggioranza dei quali guadagneranno il riposo di lì a poco, lasciando a gestire uno dei patrimoni archivistici più preziosi al mondo i 29 funzionari che oggi hanno meno di cinquant’anni e i 4 che hanno meno di quarant’anni. E che vennero assunti con l’ultimo concorso — era il 2009. Gli archivisti hanno sempre coperto il ruolo di cenerentola dei beni culturali.

Che sono già una cenerentola. Dai racconti, tutti anonimi per il vincolo al silenzio da anni imposto ai dipendenti del ministero, emergono tante storie di mortificazione e altrettante di dedizione, di competenze frustrate, di inascoltate energie volte a innovare.

Questo breve viaggio nei luoghi dove giace la memoria di una collettività nazionale — una memoria che, si può dire, quotidianamente aggiorna se stessa con nuovi pezzi — parte dall’Archivio centrale dello Stato di Roma.

È in un superlativo edificio di fine anni Trenta all’Eur e custodisce carte su 120 chilometri di scaffalature. I depositi sono gonfi all’inverosimile.

Non entra uno spillo. Nei soffitti di quelli sotterranei sono incassati cubetti di vetrocemento che a stento reggono l’acqua, acqua che s’infiltra nelle pareti dove sono addossati scaffali alti sette metri. Altri 40 chilometri di documenti sono emigrati in un deposito a Pomezia.

Caso unico in Europa, il palazzo non è di proprietà dello Stato, ma dell’Inail. All’Inail l’ha venduto l’Eur Spa. per quasi 300 milioni (nel prezzo erano compresi anche tre musei), con i quali l’Eur chiuderà il cantiere della Nuvola di Massimiliano Fuksas. Inail ed Eur sono di proprietà pubblica. Ciò nonostante, in una grottesca partita di giro, il ministero per i Beni culturali pagava e paga 5 milioni d’affitto ogni anno (sono oltre 20 i milioni che annualmente il dicastero di Franceschini sborsa per affittare sedi e depositi di archivi, pur possedendo lo Stato un immenso e inutilizzato patrimonio immobiliare).

A Parigi sono stati investiti 350 milioni pubblici per il nuovo edificio degli Archives nationales progettato sempre da Fuksas. L’architetto era affiancato da archivisti i quali hanno chiesto e ottenuto che i tavoli fossero neri e non bianchi, perché il bianco disturba la lettura.

Raccontano che finché è rimasto in mano all’Eur, che l’aveva persino ipotecato per finire la Nuvola, l’edificio dell’Archivio centrale è stato malamente curato. Ora l’Inail spenderà 3,5 milioni per mettere a norma i depositi e anche il ministero ha aumentato, dopo anni di furibondi tagli, il budget annuale da 550 mila a 800 mila euro, insieme a 2 milioni che serviranno per comprare mobili i quali, scorrendo su binari, raddoppieranno la capienza dei magazzini.

Quando verranno completati i lavori, chissà quanti dei venti archivisti ora in servizio, in gran parte vicini alla pensione, potranno goderne. Nel frattempo oltre a ricevere 11 mila visite l’anno e a smaltire 3 mila richieste per corrispondenza, studiano e scoprono piccoli e grandi tesori seppelliti nelle carte. Come i disegni di Carlo Levi al confino nascosti nei fascicoli giudiziari. O i progetti di bar e ristoranti e i marchi di prodotti alimentari firmati da Gio Ponti, Fortunato Depero, Bruno Munari e i fratelli Castiglioni, fino a qualche giorno fa esposti in una mostra.

Gli archivisti sono una cenerentola a dispetto però dei compiti affidati:

curare un repertorio insostituibile per gli storici e gli stu- diosi, certamente, ma anche per molte altre categorie di cittadini. Lavorano sia nei 101 archivi di Stato sia in 13 soprintendenze che vigilano sui documenti degli ottomila comuni italiani e di altri enti pubblici, delle parrocchie, dei tribunali, delle aziende, dei partiti e anche dei privati.

E il loro impegno è indispensabile, solo per fare qualche esempio, dopo un’alluvione o un terremoto, per coloro che vogliono recuperare una planimetria. Come è necessario per ricostruire i precedenti di una causa penale o una storia familiare.

Un mare di carte. Ma dalle carte i problemi si riversano sul digitale, sia sul materiale che va digitalizzato sia su quello che nasce digitale.

Mariella Guercio, docente universitaria e presidente dell’Anai, l’associazione degli archivisti che già alcuni anni fa adottò per un’iniziativa il titolo di Agatha Christie, usa una parola secca:

fallimento. Da vent’anni si varano norme perché la pubblica amministrazione produca documentazione informatica e abbia obbligatoriamente nei propri ranghi un archivista. Inutilmente. E restano nel vago i criteri di classificazione del materiale, una questione di cui chi possiede una casella di posta elettronica capisce l’importanza. Saper archiviare è fondamentale per riconoscere. E, salendo di scala dall’email a repertori con milioni di documenti, sono gli archivisti i più capaci a classificare.

«La causa principale del fallimento sta in una lacuna culturale», spiega Guercio, «perché si affida la responsabilità dei servizi documentari a funzionari non qualificati, ci si concentra su questioni tecnologiche, si potenziano reti aziendali, si acquistano scanner e apparecchiature di memorizzazione, senza consultare archivisti in grado di valutare la qualità del risultato ». E il risultato è che le amministrazioni non dialogano fra loro. E fanno fatica a selezionare quel che va selezionato, va conservato o trasferito agli archivi di Stato, gettando via quel che non serve.

Gli archivi di Stato sono le strutture dei beni culturali che maggiormente si arricchiscono di materiali. Ma la Corte d’Appello di Roma non riesce a versare all’Archivio di Stato della capitale, che non ha un centimetro disponibile nelle sale di Sant’Ivo alla Sapienza, le carte dei processi fino agli anni Novanta. Che vedevano imputati le Br o la banda della Magliana.

Sui depositi delle amministrazioni pubbliche si è soffermata la Corte dei Conti, che nel dicembre scorso ha redatto un rapporto. L’obiettivo era verificare se ministeri e altri enti pubblici avevano obbedito ai dettami della spending review razionalizzando i propri depositi, buttando materiale inutile e risparmiando sugli affitti. Degli oltre 300 magazzini soltanto una ventina, ha accertato la Corte dei Conti, sono stati dismessi. Ne restano 287 e di questi, 84 sono in mano a privati che ogni anno lucrano canoni per 5 milioni. I giudici contabili hanno capito che il materiale accumulato non viene smaltito perché, per legge oltre che per ovvie ragioni culturali, dev’essere una commissione a stabilire che cosa buttare. E dato che alle commissioni prendono parte gli archivisti e gli archivisti sono sempre meno, le commissioni non si riuniscono.

La corda si allunga da varie parti. Ma il nodo si aggroviglia sempre lì.

Mancano gli archivisti, e tanto più mancheranno in futuro. Però mancano anche gli ingegneri informatici, che ora servono come il pane: nel prossimo concorso per 500 funzionari del Mibact non sembra previsto nessun posto per loro. E d’altronde, stimano all’Anai, a fronte dei 412 archivisti che andranno in pensione, il concorso prevede di rimpiazzarne «appena qualche decina».

 

*Tutto online e più investimenti ecco il modello di Sua Maestà

di ENRICO FRANCESCHINI*

Forse perché hanno avuto il più grande impero del mondo, gli inglesi sono particolarmente esperti nell’arte di catalogare, collezionare e consultare documenti. Si dice che il British Empire, al suo apogeo, fosse amministrato da appena 2 mila funzionari: ce ne sarebbero voluti dieci o cento volte tanti, senza un buon archivio.

Oggi l’Impero britannico è scomparso (non del tutto – resta il Commonwealth, l’associazione che riunisce il Regno Unito e le sue ex-colonie), ma gli archivi sono rimasti. E sono probabilmente fra i più estesi, più ricchi e più facilmente consultabili al mondo. Il loro cuore sta nei National Archives, un vasto edificio adiacente al magnifico orto botanico di Kew Gardens, nel quartiere londinese di Richmond, appena a sud del Tamigi. Appartengono formalmente al ministero della Cultura e riuniscono quattro agenzie governative che esistevano in precedenza: il Public Record Office, l’Historical Manuscript Commission, l’Office of Public Sector Information e lo Stationery Office di Sua Maestà. Hanno uno staff di 679 dipendenti e un budget annuo di 44 milioni di sterline (circa

60 milioni di euro). Contengono la documentazione di più di mille anni di storia – non interamente, in realtà, perché un certo numero di incartamenti fragili e preziosi sono custoditi nel “Deep Store” (alla lettera, profondo deposito), un’ex-miniera di sale nel Chesire.

Negli archivi di Kew Gardens c’è di tutto, a partire dal Domesday Book, il manoscritto in latino medievale che nell’anno 1085 registrò tutti i possedimenti del regno, in terreni, edifici e animali, per ordine di re Guglielmo il Conquistatore. Ci sono trascrizioni degli atti dei tribunali dal 12esimo secolo in avanti, atti di governi dai secoli bui fino ai giorni nostri, testamenti, certificati di naturalizzazione e rapporti di polizia, statistiche del dipartimento del commercio, censimenti, la corrispondenza del Foreign Office (come si chiama qui il ministero degli Esteri) e di altre agenzie governative, un’ampia e disparata collezione di mappe, disegni architettonici e progetti, e molto altro ancora.

L’accesso è semplice. Gran parte del materiale è stato digitalizzato ed è ora consultabile gratuitamente online. Viceversa, per consultare un documento di persona, basta avere 16 anni, mostrare due prove della propria identità (patente e passaporto, per esempio) e ottenere un biglietto da un apposito sportello. La “reading room” ovvero sala di lettura ha dei terminali da cui i documenti possono essere ordinati attraverso il relativo numero di riferimento: i National Archives si impegnano a farvelo arrivare sul tavolo entro 45 minuti (richieste di un gran numero di documenti esigono più tempo).

Periodicamente, nuovi documenti vengono messi a disposizione del pubblico e declassificati, quando si tratta di materiale riservato. Vederli online è comodo, ma averli fra le mani dà un brivido di emozione. Come quando, facendo ricerche per un articolo per Repubblica, ricevetti le carte in cui nel 1945 Churchill divise l’Europa in due insieme a Roosevelt e Stalin, al summit di Yalta.

 

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